Belle & Invisibili: Katrin Cartlidge

Mi piacerebbe che fra i nomi delle attrici preferite quasi tutti riservassero un poco poco di spazio per quello di Katrin Cartlidge.

Lo so, so… Katrin Cartlidge è nella cesta delle attrici Belle & Invisibili, sì di quelle delle quali non dimentichi di certo la faccia (magra-spigolosa-labbra sottili-sorriso ampio-occhi tristi) ma il nome sicuramente.

E siccome gli attori inglesi quando sono bravi lo sono completamente, Katrin di talento ne aveva da vendere e perforava lo schermo proprio con quella faccia lì, possedendo tutti i suoi personaggi (o forse erano stati proprio i personaggi a sceglierla, a chiamare specificatamente lei per essere riportati in vita ogni volta).

Madre rifugiata ebreo-tedesca, padre inglese, era nata a Derrek nel ’61, educata da perfetta signorina al “Parliament Hill School for Girls” di Hampstead, dov’era riuscita a vincere i fastidi della dislessia recitando.

Amava esibirsi in pub marginali, di solito i più chiassosi raccolti a Belsize Park o restare anche solamente a casa a cucinare per i pochi amici stretti, una cuoca, a detta di quei pochi amici stretti, scandalosamente brava che non poteva che essere orgogliosa del suo filo d’aglio appeso alla finestra.

Si capisce che è una dalle virate di carriera originali dall’anno 1982, quando al successo da soap opera che le sta piovendo addosso interpretando “quella stramba vacca” di Lucy Collins in Brookside (per altro il primo personaggio di una soap britannica a frequentare un uomo di colore) sceglie invece un tour del Don Chisciotte nelle scuole di Salford, “perché ho bisogno e voglia di imparare sempre.”

Katrin, soprattutto, è stata un’amica comprensiva della sua fisicità.

Se una scena prevedeva un nudo necessario per definire un ruolo, non si faceva di certo vincere da imbarazzi inutili (come quando ad esempio in Claire Dolan di Lodge Kerrigan, ci sbatte in faccia la sessualità cangiante della protagonista con strabiliante naturalezza, modellandosi ora all’intorpidimento della noia, ora alla frettolosità del desiderio).

Un inno sincero alla libertà del corpo e, dopo, all’allegria dell’arte performativa.

Di film poi Katrin ne ha girati appena 25, scegliendo con cura i registi.

Von Trier, Leigh, Manchevsky, Tanovic, ad esempio.

E quando a questa anarchica scintillante domandarono del perché su celluloide si fosse consegnata a questi ruoli risoluti, sempre così slabbrati e borderline (l’immigrata irlandese che arriva a prostituirsi in America in Claire Dolan o a prostituirsi fino a morire nella Londra di Jack lo Squartatore, la cinica Jane pronta a ballare sui cadaveri per scoop dal fronte in No Man’s Land o che dei reportage della guerra ne vive il disgusto più pieno in Before the Rain e poi l’indimenticabile Sophie sfatta e fatta – Naked – in lingerie) rispose facendo spallucce, semplicemente: «Penso che sia meraviglioso che le donne possano iniziare a interpretare personaggi con più di un paio di lati, alcuni dei quali non proprio piacevoli. Il pubblico non è abituato a vedere personaggi come Hannah o Sophie, che non stanno cercando di farci innamorare di loro… ma perché dobbiamo sempre innamorarci delle nostre donne protagoniste? Perché non possiamo essere solo intrigati o perplessi o inorriditi o divertiti?»

Katrin che era materna anche se non aveva fatto in tempo ad esser madre, come durante la lavorazione di quel film dalla brumosa malinconia che é Career Girls, quando la sua collega co-protagonista Lynda Steadman era molto malata e il buon Mike Leigh ci ha raccontato di come lei si fosse assunta la responsabilità totale della sua salute, con la premurosa dedizione che di solito si riserva alla famiglia più stretta.

E poi era anche innamorata persa, di Peter Gevisser, attore.

C’è chi li ricorda ancora, i due, ad un Festival di Locarno, in una notte di luna piena, mano nella mano a ridere come due migliori amici delle medie, bordo piscina ed abiti di spugna in tinta unita dell’hotel.

Naked, Mike Leigh

Sì perché l’ultima attrice d’ensemble, com’è stata definita da qualcuno, era davvero divertente, sempre lì coi suoi scherzetti sofisticati e buffi, l’occhio già a campo largo da futura mancata regista.

Ed invece nel piovoso settembre del 2002, a 42 anni, Katrin è morta.

Per le complicazioni di una setticemia, come un’anacronistica anima ottocentesca.

Dopo la scomparsa, Morrissey le ha dedicato durante un concerto al Royal Albert Hall, “Late Night, Maudlin Street”, “a una persona brillante ed un’attrice fantastica” (e giù tutti a piangere,certo!)

Noi di Pankhurst la vogliamo ricordare con uno stralcio di risposta, da un’intervista che concesse al New York Times nel 1997.

E’ un augurio per tutte le donne ad imparare ad accettarsi e, infine, ad amarsi, esattamente come sono, come saranno:
«In realtà amo davvero invecchiare. Odiavo i miei vent’anni! Non vedevo l’ora di avere 30 anni, non vedo l’ora di compiere 40 anni, se arrivo lì! E non solo perché le cose hanno più successo adesso, ma perché penso che più si invecchia, più trovi la vita interessante a parte i tuoi problemi. Non vedo l’ora!»

Ed é un peccato, Katrin, che tu non ti sia potuta godere tutto il resto.


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