Dalla parte delle donne ciarliere – e di Amy Sherman-Palladino, che ne scrive di sempre più geniali

Fin dalla notte dei tempi, una delle critiche più spesso rivolte alle donne è che parlerebbero “troppo” tra loro. Io non faccio eccezione e infatti fin da bambina, benché timidissima, son stata tacciata di chiacchierare troppo – anche se solo ed esclusivamente con chi mi andava a genio, come adesso del resto. Per me è stato quindi naturale fin dall’ infanzia chiedermi se quelle che vengono liquidate, spesso con sufficienza, come “chiacchiere femminili” costituiscano una debolezza o una forza. Molti libri e film mi hanno arricchita sull’argomento, ma il mio pensiero definitivo in merito me l’ha suggerito un’ormai mitica serie tv in cui mi sono imbattuta nei miei vent’anni, di cui queste chiacchiere sono la vera e propria anima: Gilmore Girls. Le ragazze Gilmore sono personaggi caratterizzati da una sana leggerezza che passa per innumerevoli frivolezze, vezzi, leziosità inserite dagli autori senza mai rendere il racconto stucchevole; a fare da contraltare c’è sempre una ironia molto tagliente e l’implacabile forza di carattere della madre. Lorelai Gilmore è una donna estremamente indipendente – nelle faccende pratiche come nelle idee – che nonostante le grandi difficoltà iniziali ha dato alla sua vita e a quella di sua figlia esattamente la forma che voleva, senza appoggiarsi a una figura maschile.

La sua allegra svampitaggine, così come il suo umorismo, elementi estremamente vitali, spesso vengono scambiati per superficialità o inaffidabilità da chi non la conosce bene o non ha una mentalità sufficientemente aperta; un fatto, questo, che nella nostra società è sempre capitato alle donne – e ancor più alle madri – che non aderiscono a determinati stereotipi. Quel che mi interessa è che, pur essendo i dialoghi tra Lorelai e Rory per una buona parte costituiti da “roba da femmine” per eccellenza, così infarciti di scemenze adolescenziali, pettegolezzi casuali e consigli da posta del cuore come sono… in realtà ribaltano completamente i tradizionali colloqui tra madre e figlia o tra amiche di tanti libri e film e anche, ahimé, della realtà. Vale a dire quelli in cui vengono elargiti alla malcapitata di turno consigli su come rendersi carina, pettinata e composta e così perseguire l’obiettivo di compiacere i maschi, tramite un’infinità di regole.

Interi manuali di comportamento per signorine, risalenti a epoche non troppo lontane dalla nostra, sono composti di tali precetti, potete credermi essendo io un’appassionata del genere. E infatti, quando Rory deve fare addirittura un debutto in società per desiderio della nonna, Lorelai riassume così il comportamento che dovrebbe assumere:

Lorelai è invece fondamentalmente sempre lì a raccomandare alla figlia di vivere la sua vita pienamente, esortandola a essere soprattutto libera e aperta mentalmente, e lo fa con la consueta ironia.

E poi c’è un dialogo, quello che avviene tra Lorelai e Rory nella camera di un Bed & Breakfast nei pressi di Harvard, in una puntata decisiva della seconda stagione, in cui le idee degli autori in merito vengono fuori in maniera più evidente: “Abbiamo mai parlato di trucco?” “Mai, per questo volevo cominciare!”. Ecco che viene finalmente attaccato uno stereotipo che mi è particolarmente odioso: sì, Lorelai e Rory sono due donne molto femminili, lo sono anche in modo tradizionale sotto alcuni aspetti superficiali, e però no, non parlano tra loro di trucco o di vestiti o roba simile. Semplicemente, sono più interessate ad altri argomenti, non necessariamente più seri o di sostanza.

Questa è l’unica scena in cui il concetto viene esplicitato, peraltro in altre puntate questa affermazione viene pure in parte contraddetta e proprio per questo mi pare particolarmente significativa. È come se agli autori fosse scappato detto ciò che più frequentemente, in questo che è stato uno show destinato a un grande pubblico di un certo tipo, viene mascherato e lasciato soltanto intuire. Per me è stato realmente liberatorio sentirlo, è ovvio che nella vita ho spesso incontrato e incontro concetti e argomentazioni femministe di ben altro livello, ma in questo contesto – quello di una serie tv che guardavo al pomeriggio nei primi anni 2000 – e da personaggi femminili del genere delle Gilmore mi ha fatto un certo effetto. Riguardo a me, in famiglia non ho ricevuto l’educazione maschilista di cui parlavo, ma sono sempre stata circondata da amiche e madri di amiche che senza tanti mezzi termini mi intimavano, in gioventù, di “darmi una sistemata” o “valorizzarmi” e avevano sempre in tasca consigli non richiesti.

Ecco perché le faccende di trucco, parrucco e vestiti – soprattutto i primi due, a dir la verità – continuano a crearmi qualche problema, soprattutto ho poca voglia di applicarmici, anche se poi, nella vita, dei consigli richiesti li ho accettati anch’io. Ma solo da amiche esperte e per nulla schiave della questione, che hanno una sana passione per questo aspetto della cura di sé – da adulta, ho imparato che posso vederlo anche così.

Passando a un altro argomento di conversazione tradizionalmente femminile, ben più interessante, mi sento allineata a Lorelai Gilmore anche per come mi pongo rispetto alle discettazioni sulle faccende di cuore: lei ne è un’esperta e dispensa agli altri saggi consigli, io non sono da meno, avendo pure arricchito la mia cultura in merito con l’avida lettura delle poste del cuore di qualsiasi rivista che mi sia capitata a tiro da quando ho imparato a leggere. Amo approfondire le questioni sentimentali in lunghe sessioni di chiacchiere e mi sono spesso domandata che cavolo ha a che spartire una come me, che tutto sommato di faccende di cuore non ne vive nemmeno tanto frequentemente, con questo particolare stereotipo femminile. E pure qua, in gran parte grazie a Lorelai, ho finito per rispondermi che le conversazioni tra donne su sentimenti e relazioni sono – o almeno possono essere – ben altro che mero pettegolezzo, specie quando tramite i discorsi sull’amore romantico arrivano oltre, al di là di quello, nel permetterci di conoscere tanto profondamente il modo di pensare e sentire altrui e di allenare l’umorismo.

Come da sempre ci racconta Amy Sherman-Palladino con pressoché tutti i suoi personaggi femminili, provvisti di una lingua scioltissima e di risorse pressoché inesauribili. E infatti, non a caso, Amy dopo le Gilmore ha poi proseguito la sua carriera di scrittura brillante prima con Bunheads – storia tutta al femminile di una scuola di danza – e poi con quella meraviglia di femminismo sfrenato che è The Marvelous Mrs. Maisel, la cui protagonista Midge è una che delle parole e dell’umorismo si fa sempre più forte, fino a farne la sua professione nonché la sua rivincita in società e nella vita.

maisel 2

Ecco, grazie a lei insieme ad alcune altre persone – che siano autrici di tv, cinema o libri o semplici amiche – ad oggi sono ormai fermamente convinta che le cosiddette chiacchiere femminili, lungi dal costituire un trascurabile nonché innocuo passatempo, sono invece uno dei nostri mezzi più potenti per legare tra noi e non essere mai sole ma pure per affermarci.

(Immagine di copertina.)

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