Zoo di Paola Barbato – Un romanzo che doveva essere scritto

Zoo è un libro che abbiamo rischiato di non leggere. Come tante altre storie, una volta nata nella mente della sua autrice, Paola Barbato, Zoo ha corso il serio rischio di restare ingabbiata nella testa dell’autrice, una fine ironica considerato il tema del romanzo. Lo dice Paola stessa, con quel suo modo garbato di prendersi per una volta il merito di aver fatto ciò che spesso dimentichiamo di fare tutti: credere un po’ di più in noi stessi. 

Fortunatamente, Paola questa volta lo ha fatto, e ci ha regalato un altro dei suoi meravigliosi incubi. Il nome di Paola Barbato è uno dei più vicini ad un simbolo stesso dell’incubo narrativo italiano, Dylan Dog, di cui ha scritto capitoli spettacolari, coraggiosamente giocando anche diverse suggestioni (recuperate Il Bianco e il Nero, per farvi un’idea). A caratterizzare la mia passione per i racconti di Paola Barbato, fumetti o romanzi che siano, è il suo modo particolare di instillare nel lettore quel misto di inquietudine e pressione psicologica che ti tengono incollato alle pagine. Se poi si tratta di un romanzo come Zoo, questo si traduce automaticamente in notti insonni passate a divorare capitoli interi. 

In Zoo la protagonista è Anna, una giovane donna che si ritrova prigioniera di una gabbia. Risveglio confuso e angoscioso, senso di smarrimento e lenta accettazione di trovarsi in una situazione da incubo sono i primi passi in questa storia inquieta e spietata. L’esplosione emotiva iniziale funziona perché Paola Barbato ci fa rivivere il trauma di Anna mettendoci sul suo stesso piano, la nostra prima pagina è il suo primo sguardo in questa dimensione orribile in cui si ritrova catapultata. 

Ben presto emerge una realtà disturbante: Anna non è sola. Dalla sua gabbia vede altri sfortunati come lei, prigionieri di carrozzoni da circo. Il titolo del romanzo inizia ad avere un senso, questi uomini e queste donne sono l’allegoria distorta degli animali che dovrebbero esser esposti in un serraglio, ne rappresentano le caratteristiche solitamente associate agli animali. Che già siano doti innate o che vengano lentamente fatte emergere, poco importa per il misterioso burattinaio di questo Grande Fratello dell’incubo. 

Per trasmettere questo parallelismo uomo- animale, Paola Barbato sceglie la sua arma migliore: indagare gli antri oscuri dell’animo umano. Non ci sono eroi in Zoo, solo persone che vengono messe in gabbia in un gioco distorto che li spinge a liberarsi della maschera che indossano per rivelare la loro vera natura. Anche Anna, costretta ad affrontare non solo la lotta per la sopravvivenza ma anche la propria indole.

Ad esser appassionante in Zoo è la perfetta ricostruzione di un’ansia e di un terrore imperante che dominano la scena, anche nei momenti più pacati si respira un senso di angoscia che diventa magnetico per il lettore. Difficilmente ho trovato un punto in questo romanzo in cui non ci fosse una leva che mi spingesse a continuare la lettura, che si trattasse di una scintilla di ribellione della protagonista o della curiosità nel vedere come avrebbe affrontato una nuova difficoltà. Sensazione amplificata dal vivere il tutto con il punto di vista di Anna, ottimo strumento per rendere ancora più saldo quel senso di empatia tra lettore e protagonista. 

Confesso, in alcuni punti, di avere avuto una morsa allo stomaco. In Zoo non viene risparmiato nulla al lettore, se si vuole un’esperienza come quella di Anna bisogna provarla sulla propria pelle, e Paola Barbato non lesina dettagli, non risparmia sofferenze, fisiche o emotive, travolge il lettore con un carico di tensione, speranza infranta e disperazione devastante. Ma ci sono anche ostinazione, cinico opportunismo e perfidia liberatoria, perché Anna potrà anche suscitare la nostra pietà, ma si rivelerà essere una donna particolare. 

A metà romanzo, l’illuminazione. Una volta accettato il concetto di prigionia e la tremenda sorte di Anna, si comincia ad apprezzare il lavoro di Paola Barbato nell’avere costruito un micro-cosmo sociale non banale. Seguendo i dialoghi, leggendo con attenzione le descrizioni dell’autrice e assorbendo gli atteggiamenti dei diversi personaggi, al lettore è concesso di comprendere come ci sia una sorta di vademecum comportamentale in questo serraglio, una gerarchia ed una rigida scala di valori che devono essere appresi dai prigionieri, unica possibilità non tanto di fuga, quanto di sopravvivenza. E la resistenza di Anna a questo gioco sadico è la forza motrice del romanzo, sviluppata e gestita con cura impeccabile da Paola. 

Per apprezzare al meglio Zoo, è necessario viverlo all’interno del percorso narrativo ideato da Paola Barbato, iniziato con Io so chi sei. Zoo è una sorta romanzo parallelo al precedente lavoro della Barbato, ne esplora aspetti accennati e li svela al lettore, creando una visione più ampia di un’ambientazione complessa e reale. Spesso mi capita di leggere romanzi in cui certi avvenimenti vengono accettati come assiomi, ma Zoo dimostra come le storie più intense si possano intrecciare, comporre un mosaico più ampio e rimanere al contempo indipendenti. Manca un terzo capitolo per completare questa vicenda, ma la forza narrativa di Paola Barbato è tale da consentire a Io so chi sei e Zoo di vivere indipendentemente l’uno dall’altro, lasciando scegliere al lettore se indagare ulteriormente nell’oscurità dell’animo umano o fermarsi. 

Ora, qui si torna alla benedetta decisione di Paola Barbato. Zoo è un romanzo che avremmo potuto perdere nella mente iperattiva della sua autrice. La sua ostinazione, il suo credere in questa sua creatura è la fortuna di noi lettori, che non possiamo che unirci a lei nel ringraziarla per aver dato ascolto alla sua voce interiore. Nonostante le notti perse e l’inquietudine causate da Zoo. Ma, in fin dei conti, ognuno ha la gabbia che si sceglie, accettiamolo.

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