Fleabag ovvero il superamento dell’autoconservazione

Vivere è una esperienza che ti assorbe completamente, mentalmente e fisicamente, e se non vuoi perdere il ritmo sarà meglio che tu ti dia da fare ogni giorno. Ma gli atti, piccoli e grandi, che formano le nostre giornate non ti preparano allo scombussolamento che comporta la realtà e le persone che incroci sul tuo cammino.

Fleabag, serie scritta dalla talentuosa Phoebe Waller-Bridge, è il vero manifesto generazionale di chi era troppo piccolo per la caduta del Muro di Berlino, eppure abbastanza grande per concepire il ritratto globale da incubo che ha creato l’11 settembre con una serie di istantanee sull’orrore tanto affascinanti quanto storicamente inspiegabili. La Waller-Bridge, classe ’85, si è allontanata dalle lezioni di Sex and the City e del più vicino, temporalmente, Girls, aiutata anche dal formato seriale tipicamente inglese, 6 puntate a stagione (dilatati lungo 3 anni) che non permettono di annacquare una storia che deve essere raccontata nel giro di una notte, perché senti che l’alba quando arriverà stroncherà la tua vita. Se Sex and the City partiva come una indagine sociologica su una nuova figura di donna (ma non solo) lontana dall’idea comunitaria del femminismo anni ’60 per rivendicare un solipsismo tutto 90s – per deragliare in un becero breviario di regole degno di Cosmopolitan -; e Girls rivendicava un certo grado di verosimiglianza con la realtà attraverso le pose di personaggi più hipster che profondi, Fleabag ha un potenziale sovversivo che esplode tra la fine della prima e per tutta la seconda e ultima stagione. 

Non si porta tanto avanti un discorso sul genere di appartenenza, benché la protagonista sia una donna, ma di esseri umani cosi inorriditi dai propri simili e dalle parodie che portano avanti, da trascinarsi da una storia all’altra, da un colloquio all’altro, da una cena a un pranzo in una famiglia disfunzionale, in quello che alcuni chiamano presente ma io preferirei chiamarlo teatro di guerra urbana. Certo, da padrone la fanno le donne in una specie di matriarcato tacito e una girandola di personaggi incredibili e tetrali (Fleabag nasce nel 2013 come commedia teatrale): Boo (Jenny Rainsford) la migliore amica di Fleabag con cui ha aperto un locale che fatica a decollare, l’anima della protagonista nonché la ferita e la colpa da cui nasce l’intera serie; la madrina (Olivia Colman) la cui freddezza nei confronti di Fleabag non è altro che la rappresentazione di un mondo che continua a respingerla perché non è socialmente accettabile; Claire (Sian Clifford) dal temperamento nervoso ma molto sofferto è la sorella di Fleabag ed è, probabilmente, in tutta la serie la persona che le ispira i sentimenti più nobili. Non è un caso che per due stagioni i protagonisti, soprattutto le donne, non abbiamo praticamente amici e il rapporto in famiglia sia teso come in un film di Bergman.

La serie è ben lontana dalla ingenuità e dalla leggerezza di Crashing e dal prodotto più commerciale seppure molto interessante Killing Eve, è il cercare di dare una risposta, attraverso l’immaginario, alla realtà sempre più scollegata da noi.

Ci aspettiamo, da questi tempi, che le persone siano dei soldati addestrati all’anti-emotività, vuoi perché il grumo di dolore degli anni ’90 ci aveva spiritualmente fiaccati tutti, vuoi perché, come per l’11 settembre, siamo sprovvisti dei mezzi umani non solo per gestire gli altri ma anche noi stessi. Ma se dobbiamo parlare di un’epoca depressiva che gira, sì come un’infuenza, perché non farlo attraverso gli occhi di una donna intelligente, cinica nell’accezione più bella del termine, che sembra travalicare i limiti imposti dalla biologia, decidendo che ogni partner è possibile, perché tutti gli esseri umani hanno un mondo personale che è lì, da scoprire, in cui tu puoi irrompere anche solo attraverso una notte di sesso, un bacio, o un aiuto al momento giusto (tra le tre cose quest’ultima è la più rara a verificarsi). Questo non vuol dire che Fleabag sia alla ricerca del sesso fine a se stesso, dell’amore o di, e sarebbe ora di finirla, adempiere a una visione dicotomica, limitante dei rapporti tra uomo e donna (e temo che Fleabag verrà fraintesa da buona parte del pubblico femminile) insomma tutte le vaccate che continuiamo a imporci vilmente l’uno sull’altra per non ammettere una cosa: la maggior parte di noi non ha nulla da offrire se non la contemplazione di una identità fatta a pezzi – Ehi vuoi salire da me? Guardiamo Netflix e il cancro dell’anima che mi porto dentro – e di una vera e propria incapacità di provare dei sentimenti, tanto siamo anestetizzati dalle immagini della realtà super semplificate, allora anche noi siamo siamo immagini, semplificate, a una dimensione sola.

L’autoconservazione è una cosa talmente superata e Fleabag lo sa bene, e le sue esperienze quotidiane fino al vero e proprio tracollo psichico, la portano a capire attraverso  un atto umano di gentilezza nei suoi confronti, che siamo tutti nello stesso naufragio, vittime di un massacro, e siamo sopravvissuti, sì, ma le mani sono sporche di sangue. Solo che non ne parla nessuno, il dolore lo vedi per la strada, non è più solo una sensazione fisica, ma ha assunto una sua corporeità.

E allora in un mondo fatto di solitari, allucinati, psicotici senza diagnosi Fleabag inizia un percorso personale, lucido, sofferto, che si spoglia di ogni egoismo, lo sa di vivere in un “libro delle illusioni” ma non le importa più. E lo sguardo bellissimo, ironico, ferito che Phoebe Waller-Bridge lancia più volte in camera lungo la serie (colto solo da una persona che è l’amore ma che “non osa dire il suo nome”) è il magnifico e terribile esempio di come viviamo in un panopticon senza via d’uscita, forse  è l’amore per il prossimo per quanto sia diventato impraticabile, deriso ed effimero, ma l’unica cosa da fare è continuare a sognare, continuare a sperare. 

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