Ana Mendieta. Quando la Performance Art è Pura Vita

Ana Mendieta

Untitled (Facial Hair Transplants) (detail), 1972

© 2019 The Estate of Ana Mendieta Collection, LLC. Courtesy Galerie Lelong & Co. / Licensed by Artists Rights Society (ARS), New York

Spesso mi rendo conto di fare come Ketih, lo sfigato nerdone del Video Store, in una delle ultime scene di quella stagione perfetta che è stata per me Stranger Things 3 (ok, mi avete scoperta: ho usato impunemente questa introduzione perché volevo dirvelo,di quanto mi sia piaciuta!) quando domando a qualche mia nuova conoscente di farmi “Tre nomi di performance artist donne preferite, Go!”.

Bene: ogni volta mi stupisco nel vederle un po’ annaspare, sforzarsi di ravanare nel loro detabase mentale per cercare di trovare altri due nomi da far seguire al primo, che è ovviamente Marina Abramović.

La confusione è comunque comprensibile perché della ruptile Arte Performativa femminile se ne parla oramai ben poco, figurarsi di quella anni Settanta, che è stata la più audace e radicale!

Con l’ondata del femminismo politicizzato negli anni Settanta,infatti, numerose artiste rivolgono la loro energia creativa verso il campo inesplorato della Performance Art perché adottare un nuovo medium che non sia più nè la pittura nè la scultura, inizia a significare per loro non solamente avere maggiore libertà sperimentativa ma allontanarsi da qualsiasi confronto con le generazioni di artisti maschi che le hanno precedute.

La Performance Art & la Body Art anni Settanta sono arti impegnate nel sociale e nella costruzione dell’identità femminile.

Il corpo, in queste forme espressive, è eloquente, cioè non solamente rivendica la sua presenza, le azioni plastiche del movimento, la dignità senza vergogna delle proprie imperfezioni ma diventa il narratore preciso della realtà nel quale è inserito e si relaziona.

Riportando insomma la definizione proposta da Willoughby Sharp nel 1970 sulla rivista d’Arte concettuale Avalanche, il corpo umano diventa «il soggetto e l’oggetto dell’opera stessa» (ed in merito vi consigliamo il saggio di Lea Vergine “Body Art e storie simili. Il corpo come linguaggio“,anche).

E’ l’8 Novembre 1971 ad esempio, quando July Chiacago e Miriam Schapiro decidono di riunire ventisette studentesse per dare l’avvio al progetto WomanHouse, uno spazio in uno sgarrupato edificio losangelino con diverse camere nel quale ogni artista può presentare la propria visione dell’essere donna attraverso l’Arte. Ah!, è importante aggiungere che l’imput di questo progetto parte da Judy che si era imbattuta qualche anno prima, durante la sua prima lezione d’Arte alla UCLA, nella sardonica frase del suo professore “I contributi delle donne nell’Arte? Nessuno!”.

Ana Mendieta

Documentation of an untitled performance with flowers, ca. 1973

© 2019 The Estate of Ana Mendieta Collection, LLC. Courtesy Galerie Lelong & Co. / Licensed by Artists Rights Society (ARS), New York

E perciò ecco a voi una velocissima carrellata di qualche artista da aggiungere come secondo nome, oltre al primo e un po’ abusato Marina Abramovic, per la domanda iniziale “Tre nomi di performance artist donne preferite,Go!“:

Adrian Piper, che,in The Mythic Being (1973-75), lavoro documentato in video e fotografie e successivamente in stampe tratteggiate con pastelli, esce in strada vestita da baffuto uomo afroamericano per cercare di evidenziare i comportamenti maschili stereotipati; Faith Wilding che nella performance Waiting è seduta con le mani sul grembo e in atteggiamento passivo, dondolandosi avanti e indietro come ad elencare tutte le attese nella vita di una donna; la cara Gina Pane  che in Azione sentimentale (1973) si presenta di fronte al suo pubblico esclusivamente femminile vestita di bianco, con un bouquet di rose rosse dal quale stacca le spine per conficcarsele in un braccio, come la sposa che,purificata attraverso il contrasto tra dolore e candore, adesso è libera di amare e farsi amare; in Honey’s Visual Telepathy (1972), Joan Jonas appare invece col suo alter ego, Organic Honey, con una maschera di plastica a buon mercato, giacca con paillettes e copricapo di piume rosa mentre un monitor televisivo proietta immagini multiculturali convenzionali di donne, dalla dea bengalese,alla casalinga giapponese o ancora Martha Rosler con il suo celebre video Semiotics of the Kitchen(1975) dove compare alle prese con una rilettura critica dell’ambiente domestico come luogo di violenza fisica e psicologica.

Mi fermo qui,che ne dite? In fondo questo per me doveva essere un semplice preambolo per presentare l’ultimo nome alla mia domanda ma…ehi! la capacità di sintesi non è mai stata il mio forte!

Nome numero tre di risposta a “Tre nomi di performance artist preferite,Go!” ovvero quello che mi piacerebbe fosse ricordato più spesso: Ana Mendieta.

La vita di Ana Mendieta inizia già in media res, come una scarognata scampagnata in mare aperto su venti inattesti di burrasca.

Nasce il 18 novembre del 1948 a l’Avana, Cuba, in una famiglia di spicco della politica e della società del Paese (la scampagnata a mare aperto) che,però, con l’arrivo del regime di Fidel Castro, la spedirà a dodici anni, con la sorella Raquelin, a Dubuque, in Iowa, tramite l’Operazione Peter Pan, un programma collaborativo gestito dal governo degli Stati Uniti e da alcuni enti cattolici per far entrare da soli circa 14.000 bambini immigrati sul suolo americano nel 1961 (venti inattesi di burrasca).

Questo senso di sdradicamento e malinconia per essere stata sballottolata fra orfanotrofi e famiglie adottive, ne consegue, accompagnerà Ana tutta la vita (“Era come se fossi stata strappata dal ventre materno”), tanto che definirsi più volte come Earth-body artist non può che rimandare a questa sua tensione ossessiva vero il ritorno -anche solamente pensato o mediato dall’atto performativo- alla Terra-Madre e al bisogno da apolide di stringere un più forte legame con la Natura-utero attraverso il corpo o lo studio delle credenze primordiali delle proprie origini. (nella serie Silueta 1973-80 Ana usa,fra Iowa e Messico, gli elementi naturali come fango, fiori, muschio, foglie e ramoscelli, per scolpire se stessa in Madre-Natura, come ad esempio in Creek dove lascia che il suo corpo venga trasportato dal flusso roccioso del fiume)

“Io lavoro con la Terra , faccio  sculture  nel  paesaggio, visto che non ho una madre/patria, sento il bisogno  di avvicinare la terra e tornare al suo grembo.”

Ana Mendieta

Creek, 1974

© 2019 The Estate of Ana Mendieta Collection, LLC. Courtesy Galerie Lelong & Co. / Licensed by Artists Rights Society (ARS), New York

Ana insomma è precoce in tutto, dalla Laurea in pittura sotto la guida di Hans Bender alla certezza di voler sfidare, dopo una breve esperienza nella prima galleria per donne negli Stati Uniti, la Artists In Residence Inc ( AIR Gallery), il femminismo stesso, meglio quello americano, inteso come movimento privilegiato della classe media bianca attraverso un percorso artistico del tutto sincero ed incorrotto.

Ed in merito a questo, il corpo di Ana diventa il soggetto e l’oggetto del proprio lavoro.

Lo usa per enfatizzare le condizioni sociali attraverso le quali il corpo femminile viene colonizzato come oggetto del desiderio e devastato dall’aggressività maschile e lo impiega in In Rape Scene (1973) per costringere il pubblico a riflettere sulle sue responsabilità e grado empatico di fronte ad una violenza sessuale che inscena nel suo appartamento a Moffit Street, uno stupro dentro una stanza buia con una pallida luce che illumina solamente il suo corpo disteso sul tavolo,nudo dalla vita in giù, legato e martoriato da schegge di vetri rotti e sangue.

Ana Mendieta

Chicken Movie, Chicken Piece, 1972

© 2019 The Estate of Ana Mendieta Collection, LLC. Courtesy Galerie Lelong & Co. / Licensed by Artists Rights Society (ARS), New York


Ancora sangue, ma di una gallina, in Death of a Chicken (1972) che, decapitata, nel suo spasmo finale, irrora il corpo nudo di Ana fino al pube, in risposta al fatto che questo atto, da una prospettiva Occidentale piuttosto disinformata, sia sempre stato associato erroneamente ai riti della santeria cubani.

Segue la distorsione della forma malamente percepita dallo sguardo maschile rispetto alla libertà di vivere il proprio aspetto nelle foto di Glass on Body Imprints (1972), dove spacca la sua faccia in un pezzo di plexiglass così intensamente da far sembrare i suoi lineamenti plastilina.

Gli echi all’animismo e ai simbolismi alla Terra-Madre (intesa ovviamente anche come terra d’origine perduta e da ritrovare) come unica possibilità di salvezza non abbandoneranno mai l’Arte di Ana.

Pensiamo a Ñañigo Burial (1976), Ochùn (1981), Corazon de Roca con Sangre ( 1975) e anche all’ultimo lavoro incompiuto, il libro di fotografie Rupestrian Sculptures (1981), sulle sculture del popolo Taíno, abitanti nativi delle Antille preispaniche.

“La mia arte è radicata nella credenza di un’unica energia universale che attraversa ogni cosa, dall’insetto all’uomo, dall’uomo allo spettro, dallo spettro alla pianta, dalla pianta alla galassia. Le mie opere sono le vene di irrigazione di questo fluido universale … La mia arte nasce dalla rabbia e dallo spostamento”

In 15 anni di attività ci rimangono perciò 200 lavori di Ana Mendieta, compresi quelli del suo soggiorno romano del 1983, dove vivrà per alcuni mesi fino a diventare la prima donna ad essere premiata all’American Accademy in Rome.

Un percorso artistico incredibilmente prolifico, incredibilmente originale.

Ma la vita di Ana Mendieta si interrompe l’8 settembre 1985, a soli 37 anni, a New York.

Scivola via dalla finestra del 34° piano nella 300 Mercer Street, l’appartartamento di Greenwitch Village condiviso da appena 8 mesi con il marito, lo scultore minimalista Carl Andre.

Ana Mendieta

Untitled (Facial Hair Transplants), 1972

© 2019 The Estate of Ana Mendieta Collection, LLC. Courtesy Galerie Lelong & Co. / Licensed by Artists Rights Society (ARS), New York

I due, poco prima dello schianto, hanno litigato ferocemente,come spesso fanno.

Durante la chiamata al 911 Carl Andre riferisce sinistramente alla cornetta il perché di questo loro ultimo diverbio: “My wife is an artist, and I’m an artist, and we had a quarrel about the fact that I was more, eh, exposed to the public than she was. And she went to the bedroom, and I went after her, and she went out the window…”

Ana che in vita,infatti, prima di una sua rivalutazione artistica post-mortem, non è mai stata conosciuta e che proprio in quel periodo è depressa e indigente.

Nonostante la polizia constati dei graffi sul viso di Ana e prenda per vera la testimonianza del portiere che l’ha sentita urlare dei “No, no,no!” poco prima che Quel suo corpo colpisse il tetto di sotto, proscioglie dalle accuse di tentato omicidio Carl Andre, classificando la morte di Ana come semplice incidente o suicidio.

Ma ecco il risvolto insolito dopo questo rilascio: delle indignazioni ad ondate (1992, 2004, 2015) di manifestanti femministe che hanno preso ormai l’abitudine di riunirsi,spesso fin oltre alle 500 unità, fuori le mostre di Carl Andre per protestare sia contro questo processo sommario che l’ha secondo loro impunemente scagionato sia contro la generale stagnazione dell’industria dell’Arte ed il suo scarso impegno per elevare le donne artiste.

“All’epoca sembrava che l’unico modo in cui una latina potesse attirare l’attenzione fosse di morire drammaticamente” – Coco Fuso 

Nel 2004, il New York Times ha chiesto all’artista femminista  Carolee Schneeman di commentare la morte di Ana Mendieta e la sua risposta non posso non riportarla qui:

“Vedo la sua morte come parte di una più grande negazione del femminile. Come un’enorme metafora che dice: non vogliamo che questa profondità di erotismo femminile, natura, assorbimento, integrazione avvenga. È troppo organico. È troppo sacrale. In un certo senso, la sua morte ha anche una traiettoria simbolica.”

Il sentimento della Schneemann è stato ampiamente ripreso nella teoria accademica e da altre artiste che usano la morte di Ana Mendieta appunto esempio perfetto di come le donne, nell’Arte, non possono semplicemente essere e creare senza essere colonizzate dal loro genere o canonizzate da qualcosa di completamente estraneo al loro lavoro.

Femministe contro Carl Andre

Da poco, gli attivisti del No Wave Performance Task Force, insieme ad altri gruppi femministi, hanno nuovamente protestato durante l’ultima mostra di Carl Andre, il cartellone stavolta però è stato ancora più incisivo e spietato. E’ uno striscione bianco con una scritta pennellata di sangue perché…

 

“Vorrei che Ana Mendieta fosse viva sempre!”

Ana Mendieta

Blood Sign, 1974

© 2019 The Estate of Ana Mendieta Collection, LLC. Courtesy Galerie Lelong & Co. / Licensed by Artists Rights Society (ARS), New York

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