Testa e stomaco vuoti – Conversazione con l’anoressia

La nostra è stata una conversazione con una ragazza malata di anoressia, perché sì, l’anoressia è una malattia, non un modo di essere, e spesso parlarne così a cuore aperto può fare bene e soprattutto può aiutare a superare le fasi iniziali che si antepongono al disturbo alimentare. Perché non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto, e se vi riconoscete in questo racconto, chiedetelo questo aiuto, a chi vi sta intorno e può darvi una mano.

Il mio nome è L. ( nome di fantasia), sono qui, con un foglio e una penna in mano, per cercare di raccontarvi un po’ di me, la parte peggiore, quel momento in cui ho sfiorato la morte con un dito, quel momento in cui mi sentivo invincibile e invece ero solo un fantasma. Sono qui per dire che sono stata vista nel momento in cui ero invisibile, che può capitare a tutti, che non bisogna chiudere mai gli occhi di fronte alla sofferenza. MAI.

Ricordo il momento esatto in cui  è cominciato tutto, avevo 23 anni, ho iniziato a seguire una dieta, questa volta sentivo che ce la volevo fare. Dopo i tanti fallimenti, proprio io, da sempre in sovrappeso, volevo eliminare quei chili di troppo che per tutta la mia vita sono stati il mio più grande fardello. Ogni boccone di cibo, da sempre, era accompagnato da immensi sensi di colpa, da fastidiose annotazioni da parte di mia madre. “ Ma non puoi essere anche tu come tua sorella? Piuttosto che ingozzarti pensa a uscire e non stare sempre chiusa in casa”. La verità è che ho sempre provato vergogna per quello che era l’involucro che rivestiva il mio immenso corpo, mi rintanavo nei libri, così silenziosi e privi di giudizi. Ma non sono mai stata abbastanza. 

All’inizio ho semplicemente ridotto le porzioni, cosa sarà mai non mangiare una fettina di pane a cena, poi ho iniziato, quasi impercettibilmente, a eliminare carboidrati, i latticini, le proteine, e mi sentivo sempre meglio, sempre più leggera. Saltavo i pasti, correvo, ogni giorno, almeno  5 km, musica nelle orecchie, asfalto sotto i piedi, stomaco e testa vuoti. Contemporaneamente preparavo la mia tesi in filosofia, i miei amati libri, ormai liberi da tutte quelle lacrime di insoddisfazione per quella che era la vecchia me! E’ stato un periodo strano, lo ammetto, vivevo come su una nuvola, è stato semplice, dimagrivo e tutti mi ammiravano, avevo fame, questo è innegabile, ma quella che era la cicciona di turno questa volta stava facendo sul serio, ottenevo l’approvazione di tutti e mi rendevo conto che erano felici!

Ma come può un numero su una bilancia condannare così tanto una vita umana? Contavo le calorie di tutto,  ero entrata in un loop assurdo, fatto di numeri, crampi allo stomaco, cerchi alla testa ma io mi sentivo più felice, iniziavo ad  vedere una nuova ragazza allo specchio, con una forza mai vista prima. Acquistavo vestiti sempre più piccoli, anche se, sempre più di frequente,  provavo un senso di forte disagio quando,  per qualche futile ragione, non potevo seguire la mia dieta: un invito a cena, una festa, un aperitivo, erano diventati, per me, momenti che cercavo di evitare a tutti i costi. E così che è iniziata l’ansia perenne,  non avevo sotto controllo quellle calorie, ogni goccio d’olio era potenzialmente dannoso, sentivo il cuore in gola, avevo paura che esplodesse, da un momento all’altro, proprio mentre leggevo il menù del ristorante.  Il cibo era ufficialmente diventato mio nemico, ma ancora non me ne ero resa conto, era iniziata la discesa verso il baratro, mi stavo isolando nuovamente, inventavo scuse per non mangiare, inventavo intossicazioni alimentari, ma era palese a tutti, ormai, che la malattia stava prendendo il sopravvento. La pizza il sabato sera, unica mia concessione, doveva essere accompagnata da una passeggiata chilometrica per eliminare quel senso di pesantezza nello stomaco, notavo la  sempre crescente aggressività nel vedere un filo d’olio nel mio pasto, la mia ossessione a leggere le tabelle nutrizionali dei cibi, a volere smaltire quelle 300 calorie al giorno con l’attività sportiva, non mi riconoscevo più.

La prima a rendersi conto della mia malattia è stata mia sorella, era palese che il confine della semplice dieta o “fissazione” era stato ampiamente superato e, tra le lacrime, mi ha accompagnata per la prima volta da una psicologa. Lei, per me, era il nemico, colei che voleva farmi tornare grassa, non potevo assolutamente permetterglielo. E’ stato un percorso lunghissimo, assolutamente tutto in salita, non collaboravo, nascondevo il cibo nei fazzoletti, ero sempre stanca, mi nascondevo in vestiti larghissimi , ero terrorizzata. In quegli occhi, mesi dopo, ci ho visto una salvezza, dopo un episodio in cui mi sono vista disperata, in lacrime, solo perché si era paventata l’idea di dover mangiare un morso di  plumcake, ed è stato lì che ho davvero  capito di aver bisogno di aiuto! È una cosa strana quella che capita a una anoressica, sembra che qualcosa, quasi come un’altra te, ti manipoli, ti faccia perdere la tua vita, la tua quotidianità, ti fa odiare tutto quello che ha a che fare con il corpo, ti fa sentire inadeguata, mai abbastanza, una fallita e solo nei momenti di lucidità puoi renderti conto e provi un dolore, un malessere che non augureresti a nessuno. Ricordo che con la mia psicoterapeuta, la malattia l’avevo battezzata la “stronzetta” e per molto tempo quella stronzetta mi ha rubato gli anni più bella della mia vita .

Il momento più brutto della mia malattia è stato qualche anno dopo, nel 2015 ho iniziato a dimagrire tantissimo, ovviamente non avevo più il ciclo  da anni, la mia folta chioma era quasi sparita, avevo sempre freddo, anche d’estate indossavo un maglioncino, provavo dolore nel sedermi su una sedia senza cuscino, non riuscivo a stare sdraiata a prendere il sole sulla spiaggia con un asciugamano, i miei ragionamenti erano lenti! Tutta la mia vita circolava intorno a quel maledettissimo peso e nell’odio per me stessa! L’anoressia non è la malattia di chi vuole essere più magra per essere più bella, l’anoressia nasconde un malessere di vivere, una non voglia ad affrontare la giornata, la paura del futuro, un senso di fallimento continuo, un’inadeguatezza perenne, il sentirsi una fallita!

Quell’immagine allo specchio non nasconde che un forte senso di infelicità e lo riconoscevo dai miei occhi, ormai spenti, vuoti e inespressivi! Ho capito che stavo toccando il fondo e che questa malattia mi stava portando alla morte in un viaggio a Londra con mia sorella! Stavamo visitando un museo e c’erano dei resti umani, uno scheletro con intorno un sottile strato di pelle. Io e mia sorella ,con gli occhi pieni di lacrime, in silenzio, ci siamo guardate. Io ero esatamente così,uno scheletro, quell’episodio è stato come uno schiaffo in faccia, una scossa… ci ho messo tempo a reagire, non è stato facile, ma non so nemmeno io come ho iniziato a recuperare! Ho impiegato anni a mettere su peso, ho cambiato tre psicologi, sono ancora in cura, perché non mi sono mai piaciuta, attualmente il mio corpo si è ribellato a quei digiuni, e ho iniziato ad essere gonfia ,a ingrassare anche senza un motivo per la mia alimentazione sbagliata…ho avuto vari problemi di salute a causa di questa malattia.

Csa scatta nella mente di una persona, ti chiedi perché a me? Come una dieta possa portarti alla morte? Dopo anni di terapia ho capito il motivo della mia malattia, dopo anni di terapia adesso riesco a non cadere in quei vortici, in quella tentazione, a cercare di apprezzarmi,a capire che qualcosa di buono lo so fare anche io…non è un percorso facile, devi cambiare il tuo modo di vivere…quella era la cosa che più mi spaventava…se fossi guarita chi sarei state io? cosa sarebbe restato di me? Avrei dovuto fare i conti con la realtà, con quella mia vita che mi faceva e mi fa ancora schifo…ma non potevo più, ho sfiorato la morte e io grazie alla mia famiglia che mi ha sempre sostenuto ho deciso di vivere! Oggi posso dire che è stato più difficile prendere questa decisione, fare i conti con me stessa,c on la realtà che ci circonda, ma ci rende forti …tutto questo ti rende forte. Ti porti dentro di te tutto quel dolore, tutta quella felicità nel sentirti migliorata, quando ancora oggi pensi di mollare ma poi ce la fai ancora e capisci che il problema non sono quei chili di troppo sulla bilancia, ma è intorno a te, e tu puoi lavorare su quella cosa che ti sta facendo male in quel momento! L’anoressia è la malattia del visibile e invisibile, vorresti essere invisibile ma poi sei ben visibile a tutti, chiedi aiuto sfoggiando quel tuo corpo malsano! Non permettete a niente e nessuno di rubarvi la vita, godetevela che nonostante tutto vale sempre la pena di provarci!

2 Comments

  1. Un articolo davvero bello, come la storia narrata. L’articolo ha mostrato in un modo così nitido come l’anoressia possa insinuarsi e tessere, subdola, le sue tele nella quotidianità di una vita. Ma da questo articolo emerge tutta la bellezza, la forza e la sensibilità di chi l’ha raccolto e di chi l’ha raccontato.

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