Don’t call me by your Name! Ovvero l’importanza dell’Onomastica riguardo le Donne Afroamericane

Alcuni anni fa ho letto un abstract che mi aveva profondamente colpita: è di Latanya Sweeney, una docente del Government and Technology di Harvard, che aveva accusato Google di razzismo.

Latanya si era infatti accorta che, digitando dei nomi propri di alcune donne afroamericane nella seach engine ed incrociandoli con l’analisi statistica dei risultati delle pagine di AdWords, la ricerca li associava fulmineamente, per oltre il 60% delle risposte immediate di Google, a notizie su eventuali arresti o episodi di violenze domestiche.


Da lì il passo per spulciare Introduzione all’economia politica: Le dinamiche del capitalismo di Samuel Bowles,Edwards e Frank Roosevelt è stato breve: l’intento quello di provare a fare anch’io -più o meno eh!- come Latanya ovvero effettuare una ricerca incrociata fra l’onomastica (lo studio dei nomi propri) nelle donne afroamericane e i diktat dell’economia capitalistica che continuano ostinatamente ad associare un nome di battesimo etnico ad una fascia sociale medio-bassa ed un grado di istruzione relativamente minimo.

Insomma per delle incomprensibili ma muostruose deformazioni del mercato, una Grace avrà statisticamente 5 volte più probabilità di essere richiamata per un colloquio di lavoro rispetto ad una Tiana.

Negli Stati Uniti vengono denominati “Ghetto Names”, infatti, i nomi che appena pronunciati fanno credere che chi li porta provenga dai quartieri più delinquenziali e malfamati delle città.

Quattro anni fa ad essere stata messa sotto accusa dalla comunità afroamericana è stata la co-conduttrice di The View ed ex stellina della Disney (vi ricordare “That’s so Raven”?) Raven Symone quando aveva dichiarato che non avrebbe mai assunto qualcuno di nome Watermelondrea, perpetuando così stupidamente quell’idea discriminatoria e pregiudiziale di gabellare qualcuno non solamente in relazione al colore della pelle ma persino in base al suono del proprio nome, alla pronuncia troppo nero.

Volete un altro esempio assurdo?

Sempre qualche anno fa, nel 2004, Bill Cosby durante una sua presentazione in onore del 50° anniversario della sentenza Brown contro Board of Education, ha esordito con un “quelli che si chiamano Shaniqua, Shaligua, Mohammed e tutte quelle schifezze lì, adesso sono tutti in prigione!”. Il nostro attuale carcerato che di nome fa Bill, avrebbe dovuto leggere “Freakonomics” dove Levitt e Roland G. Fryer hanno metodicamente dimostrato che i nomi distintamente neri in sé non producono affatto un esito negativo nella vita e non sono di certo il presagio di un carattere rissoso e funesto.

Da sfatare è anche l’altro pregiudizio che nomi sfacciatamente eccentrici come lakazia, Maneesha, Swanzetta, Tavonda o…Gucci siano appannaggio esclusivamente di donne-afroamericane-a basso reddito…insomma vi dicono niente per caso le vippissime Apple Martin, Shiloh Nouvel o Talullah Belle? Per non dimenticare i nomi di battesimo tra i mormoni e i redneck!

E se questa tendenza fra gli afroamericani di creare nomi distintivi ed originali non emergesse direttamente dalla loro tradizione di invenzione linguistica e musicale, molto simile a quella che ci ha regalato jazz e rap?

O magari da un bisogno di esclusivismo (ovvero mio figlio è il solo al mondo a chiamarsi così!) che ha radici ben più profonde, come capita all’inverso per il ripudio dei cognomi che se sono Johnson o Bunch, ad esempio, chiariscono già di essere lo strange fruit di un cupo retaggio acquisito da quel momento in cui un loro avo era stato etichettato, per marchiarne l’appartenenza, col cognome del proprio padrone bianco? A spiegarlo meglio è stato Muhammad Ali:

Cassius Clay è un nome schiavo. Non l’ho scelto e non lo voglio. Sono Muhammad Ali, un nome libero, significa amato da Dio, e insisto che le persone lo usano quando le persone parlano con me

In merito non ai cognomi ma ai nomi propri dati dai padroni bianchi agli schiavi neri,spesso con l’intento di spersonalizzarli ed umiliarli, il folklorista Newbell Niles Puckett ci ha cucito un interessantissimo volumone attorno al 1967 dal titolo “Black Names in America: Origins and Usage” evidenziando, fra le tante chicche, come Electa, Valantine e Zebedee fossero fra i nomi più usati dai proprietari terrieri in sostituizione di quelli di nascita africani.

Ma ritorniamo al perché di questo articolo: siamo qui per celebrare i nomi propri delle donne afroamericane attraverso un piccolo exsursus su come essi siano sensibilmente cambiati a livello diacronico cioè come questi nomi si siano diversificati di decennio in decennio proprio a causa (ed è questa la particolarità!) dei condizionamenti storici che le donne afroamericane hanno vissuto all’interno del loro stesso Paese.

Partiamo?

  • Anni 1950-1964: Mary, Jane e Lucy.   L’intento è quello di armonizzarsi alla cultura dominante utilizzando comunemente nomi causasici;
  • Anni 1964-1977: Aisha, Malaika e Tanisha. Per il professor Jean Twenge, le donne afroamericane in questi anni iniziano ad avvertire l’impellenza di riscoprire una propria identità (vedi Black Power), tanto che la maggior parte dei nomi sono di matrice musulmana, soprattutto perché legati all’attenzione dei diritti civili del “Nation of Islam“;
  • Anni 1977-1980: Monique, Chantal, Marcheline.
    Si immettono nomi di calco francese -sul perché di questa diffusione i linguisti ancora si dibattono!- che vengono assimilati come black name. Particolare attenzione per il sociologo Stanley Lieberson l’utilizzo smodato del nome “Kizzy”, diffusosi grazie alla sua frequente presenza in libri e telefilm,come Roots;
  • Anni 1980-2000: LaTanisha, LaToya e Shaniqua.
    Al di là della diffusione di nomi che hanno origini nel continente africano (Ashanti), scoppia il boom di inventare nomi giocando sia con la fantasia che coi suffissi iQue/iqua, Isha, aun/AWN e i prefissi La/Le, Da/De, Ra/Re, o Ja/Je;
  • Anni 2000 ad oggi: Unique.
    Il nome deve essere immediatamente distinguibile,personalissimo…unico! Ad esempio sono state riconosciute ben 228 versioni del nome “Unique”!

Insomma,care ragazze, siate orgogliose dei vostri nomi! Perché se è vero che Nomen Omen cioè che nel vostro nome ci sia già in nuce il vostro destino, bé allora la vostra vita non potrà che essere…come dire? Unica!

Immagine di copertinahttps://www.wnky.com/nbc-black-history-month-she-thrives/

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