Le donne nel fumetto: cronache di un fallocentrismo disegnato

Hulk, Capitan America, Goku, TinTin – soltanto per citarne alcuni -, sono tutti nomi conosciutissimi e che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo come icone Pop del nostro tempo.
Personaggi entrati di diritto nel vocabolario comune e nella vita quotidiana, archetipi di un tempo, di una volontà mai sopiti del tutto.
Sono figure ideali costruite ad hoc per una certa fetta di consumatori che settimana dopo settimana affollano le edicole e le fumetterie alla ricerca della nuova avventura del loro eroe preferito.
I più attenti però si saranno subito resi conto di una cosa: sono tutti maschi
.
Oggigiorno le cose sono sicuramente cambiate, infatti nel nostro presente è estremamente facile trovare narrazioni che hanno come protagoniste delle eroine, siano esse di matrice orientale o occidentale, inizialmente però non era affatto così semplice.
Facciamo un piccolo passo indietro, torniamo agli inizi degli anni Quaranta del Novecento.
Siamo negli Stati Uniti D’America e la casa editrice National, con il tempo trasformatasi nella moderna DC Comics, chiede allo psicologo William Moulton Marston di analizzare e commentare la propria produzione a fumetti con il solo scopo di ricevere suggerimenti per poterla migliorare.
Lo studioso fece infatti notare come nelle storie pubblicate fino a quel momento, mancassero delle protagoniste femminili, così insieme al disegnatore Harry G. Peters diedero vita a quella che ancora oggi è considerata come uno dei pilastri dell’universo della casa di Burbank, ovvero Wonder Woman.

Riportiamo qui le dichiarazioni che Marston, teorico del femminismo, rilasciò quando gli fu chiesto il perché di un simile personaggio:

«Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman e in più il fascino di una donna brava e bella»



E così Diana Prince, il nome dell’alter ego della nostra eroina, esordì sul n. 8 della testata antologica All-Star Comics nel gennaio 1942, in seguito divenne uno dei personaggi più famosi dei fumetti di genere diventando ben presto protagonista di quattro testate.
Questo succedeva in America, dall’altra parte del cielo com’era invece la situazione?
La produzione fumettistica del Sol Levante non è mai stata monotematica o monosessuale anzi, il Giappone si è sempre contraddistinto per la sua immensa e assai diversificata prolificità autoriale, fin da principio ha sempre avuto fumetti maschili e femminili.
C’è però una piccola precisazione da fare: se è vero – com’è vero- che le pubblicazioni in rosa non mancavano, è altrettanto vero che fino agli anni Sessanta gli Shōjo, denominazione che indica la tipologia di manga principalmente indicato per un pubblico femminile adolescenziale, venivano però soprattutto scritti e disegnati da uomini, Osamu Tezuka celeberrimo “Dio” dei manga.
Infatti, proprio a Tezuka dobbiamo l’invenzione del primo shōjo, Ribbon no Kishi, arrivato in Italia col titolo di “La principessa Zaffiro”, che sarà anche il primo del suo target ad essere trasposto in anime.

Bisognerà aspettare gli  anni Settanta affinchè quei titoli, inizialmente considerati di scarso valore, acquisiscano una loro dignità, infatti con l’avvento di autrici del calibro di Riyoko Ikeda (La Rosa di Versailles, Lady Oscar in Italia), Moto Hagio (Il clan dei Poe e Barbara) e Keiko Takemiya (Il poema del vento e degli alberi, uno dei primi a contenere tematiche di stampo shōnen’ai, ovvero che include una relazione affettiva omosessuale tra adolescenti o giovani ragazzi), il target acquisirà la dignità e il prestigio che merita, rivoluzionando tematiche e grafica.
Nel nostro paese invece, come si è evoluta la situazione inerente al fumetto di “stampo femminile”?L’Italia è sempre stato un paese pieno di mutamenti e semi-rivoluzioni, perfino nella storia del fumetto.
Passiamo dall’immensa e celeberrima Grazia Nidasio che raccontava sul Corriere dei piccoli le vite di persone e famiglie normali, storie che alimentavano il desiderio di conoscerne il seguito, alle regine del noir italiano le sorelle Giussani.
Diabolik creato nel 1962 inizialmente dalla sola Angela per la Edizioni Astorina fu una vera rivoluzione nel panorama nostrano; abituati per lungo tempo a storie di stampo classico come quelle di Tex, in cui l’eroe deve sventare il temibile piano ordito dal cattivo di turno e salvare la donzella in difficoltà, adesso i ruoli sono invertiti, il “cattivo” diventa il protagonista e le forze dell’ordine gli antagonisti.

Oggigiorno la situazione italiana fortunatamente è in continua mutazione e proliferazione, le autrici che si cimentano nella nona arte sono molteplici ed estremamente talentuose per citarne una manciata: Giada Romano (fumettista e editrice di Edizioni Prismatics), Chiaretta Ebon (fumettista), Rozenberry (fumettista), Mircalla Conte (fumettista e sceneggiatrice), Elisabetta Cifone (fumettista), Giulia della Ciana (fumettista), Elena Toma (fumettista e editor di KASAOBAKE), Martina Masaya (fumettista), Sue Yamashita (futura fumettista), eccetera.
Uno dei pregi del mondo del fumetto è proprio quello di essere inclusivo: tutti possiamo scrivere, disegnare e leggere ciò che vogliamo e preferiamo, non facciamoci problemi, tutti gli scaffali sono pieni e pronti ad aspettarci, non lasciamoci intimorire da distinzioni di genere che ormai sono assolutamente anacronistiche e superate.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...